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scritti autografi
IL PROFUMO DEI GRILLI
Piccola favola per immagini

Ci sono storie che a narrarle non sembrano neanche vere, tanto sono assurde e complicate. La mia, invece, è semplice, lieve come lo stelo di un fiore.

Ricordo ancora molto bene la sera in cui arrivai a casa di Elias e Karin, un bambino e una bambina di nove e sei anni (all'epoca io ne avevo circa tre). Fu, in verità, un incontro poco entusiasmante, per i due bambini. Arrivavo infatti in alternativa ad un cucciolo di cane, giacchè un appartamento di città non è posto per un animale a quattro zampe, così perlomeno pensava la madre.
Beh, io di zampe non ne avevo nemmeno due, né ali o pinne. Avevo un solo tronco lungo sottile da cui spuntavano due rametti stecchiti verso il cielo, e abitavo in un vaso di terra piuttosto stretto. Appesa ad uno dei rametti un'etichetta minuta spiegava : "Noce domestico".

La notte era già calata nel buio quando Karin ed Elias mi trascinarono nella loro camera. Accoccolati sui letti, in attesa del sonno, meditavano a bassa voce su dove piantarmi. Nel cielo intanto si era alzata la luna. Alla fine decisero per il giardino di nonna Astrid. Era un po' lontano, ma vi avrei trovato terra e luce in abbondanza e loro avrebbero potuto fermarsi qualche giorno dalla nonna, in campagna.

Partimmo il pomeriggio seguente. L'auto scivolava tranquilla lungo la strada serpeggiante tra campi e vigneti. Appoggiato sul sedile posteriore, tra Karin ed Elias guardavo la luce dorata di settembre avvolgere ogni cosa gettando alle sue spalle calmi rifugi d'ombra.
Tutto era bello e al suo posto.


Attraverso filari di pioppi cipressini giungemmo alla casa della nonna, una lunga cascina volta a mezzogiorno. Dietro l'arco ombroso di due alti tigli potevo scorgerne l'annunciato giardino. Era in realtà un immenso prato inondato di luce, dove ogni tanto qualche albero allargava generoso la sua chioma. Con passo sicuro nel fruscio della lunga gonna ci venne incontro nonna Astrid.
Era giunto il momento di prepararmi la fossa (a noi alberi, lo so è buffo, serve all'inizio, per vivere).

Scelto il luogo, Karin cominciò a scavare il terreno sotto lo sguardo attento di Elias. Caldi raggi di sole accendevano i fili d'erba, danzanti nella brezza serale. In fondo al prato la nonna ritirava il bucato. Una bella ora per rinascere, devo ammetterlo. La prima volta -quella vera e propria, diciamo- ero nato di notte. Era buio quando l'umidità della terra aveva finalmente vinto la durezza del guscio che mi avvolgeva.
Ora abbandonavo felice il vaso in cui le mie radici avevano girato a lungo per un po' d'aria e cibo, come pesci pazzi in una boccia di vetro.

Piccole mani attente mi calarono nella buca, poi, una manciata dopo l'altra, la terra mi ricoprì benigna. Ero di nuovo a casa. Elias non aveva ancora smesso di annaffiarmi che già esploravo le mille vie del suolo attraverso cui sarei cresciuto. Quindi mi piantarono vicino un bastone, strumento assai utile per un giovane della mia specie, sia nei giorni di vento che nella retta via verso il cielo.
Bagnate le mie sorelle azalee, nonna Astrid richiamò i nipoti. Era venuto anche per loro il momento di rifocillarsi, così salirono in casa.

Calò il crepuscolo e il canto dei grilli si fece più intenso. Ebbro di gratitudine mi abbandonai alla suo ritmo silente, e al suo profumo, un profumo sottile, penetrante, persino suadente, che a voi umani non è dato sentire poiché scorre nei meandri della terra.
Forse fu per il dolce stordimento di tale profumo, ma ebbi la netta sensazione che Karin e Elias mi stessero pensando. Alzai lo sguardo verso la casa e li vidi là, due scure silouettes nel quadro illuminato della finestra.
Fu allora che conobbi Falena, una piccola farfalla notturna, e le chiesi di volare per me verso quella luce per poi tornare a raccontarmene il tesoro.

Il tesoro era una calda vecchia cucina con una grande cappa e un vecchio tavolo di legno azzurrino, in cui una nonna occupata a spreparare la cena guardava beata i suoi due nipotini e due nipotini guardavano nel vasto giardino il loro cucciolo d'albero, linea sottile nel chiarore lunare.

Il quadro si spense e si riaccese nella stanza accanto, il vecchio studio del nonno ora usato come camera da letto. Dietro la trama di rami e foglie di un alto platano Karin ed Elias si preparavano a dormire. Spente le luci nonna Astrid rimboccò loro le coperte, quindi, china nella penombra, intonò una lenta melodia.

Pian piano il respiro dei bambini si fece lento e regolare, poi il sonno li avvolse; con passo leggero allora la nonna tornò in cucina a riordinare le ultime cose. Fuori, nel giardino, i grilli continuavano il loro canto sottile.

Più tardi riapparve Falena, gentile messaggera, e, posatasi leggera su un mio ramo, si addormentò: stava facendo giorno. La luce del sole riaccendeva il mondo, prima di tenui rosa poi di verdi sempre più intensi e dense ombre.

Nello scorrere disteso delle ore osservavo divertito i giochi di Elias e Karin e il calmo lavorare della nonna. Ogni tanto fratello e sorella mi passavano accanto accarezzandomi l'esile tronco e controllandone la solidità.

Verso sera, forse stanchi di correre e saltare, chiesero alla nonna di portare fuori il tavolo della lavanderia per disegnare. Guardandoli chini sui fogli, piacevolmente concentrati a tracciare segni danzanti, pensai ai miei fratelli pioppi che offrono se stessi perché gli umani possano stendere sulla carta sogni e pensieri.

Trascorsero i giorni, tra giochi e silenzi, crepuscoli e disegni. Poi un mattino più fresco degli altri Karin ed Elias vennero a salutarmi: dovevano tornare a casa, in città, ma mi promisero che sarebbero tornati tutti i mesi. E così fecero.

Passarono i mesi, e le stagioni, e gli anni.
Vidi crescere dal mio tronco mille piccole braccia e due fanciulli diventare uomo e donna.
Vidi cadere ai miei piedi gustose noci e nuovi bambini - i frutti di Karin ed Elias - tuffarsi a raccoglierle.
Vidi nonna Astrid andarsene e i suoi nipotini diventare nonni e la loro pelle farsi rugosa, come la mia corteccia.

Oggi la cupola leggera delle mie fronde offre riparo a vecchi e giovani e il mio tronco si erge forte nel sole, eppure un giorno dovrò lasciare anch'io questo giardino, le sue luci e il profumo dei suoi grilli.
Me ne andrò, pezzo a pezzo, e spero allora di diventare un tavolo su cui altri piccoli d'uomo possano tessere i loro mondi con carta e colore.

(novembre 2001)
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