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Interventi Critici
Paola Risoli: fantastici "Millibar"

[...] Millibar è al contempo lo pseudonimo che l'artista ha individuato per sé e unità di misura dell'atmosfera, che qui fornisce, ironicamente, una precisa connotazione alla sua intera opera. Mi piace pensare a Risoli come ad una regista che sia ricorsa ad un intelligente escamotage.

Lei stessa ammette che, se avesse avuto, in passato, l'occasione materiale di fare del cinema, non avrebbe cominciato a realizzare le sue "casette". Costruire, assemblare frammenti di vita, vera o presunta, prelevati non tanto dalla realtà fenomenica quanto dalla stratificazione che la memoria opera costantemente su di essa, determina un andamento narrativo dove, virtualmente, l'operatore diviene colui che guarda. Le "casette" accentuano vieppiù la condizione voyeuristica dello spettatore che, inconsapevolmente, ordina le tracce raccolte negli interni. Semplici scatole di cartone da cui originano, attraverso un paziente lavoro di montaggio, veri e propri microcosmi esauribili in se stessi che un sottile filo rosso riconduce all'immenso microcosmo mnemonico. Un lavoro che combina pittura, scultura, collage, modellistica senza peraltro essere ascrivibile ad alcuna di queste categorie. Il rapporto a distanza che ha legato fino ad oggi Paola Risoli alle sfera delle arti figurative si esaurisce in una programmatica refrattarietà ad ogni collocazione, determinandone l'unicità. Un lavoro che si può soltanto descrivere, ed ogni descrizione si rivela, invero, insufficiente. Questo in accordo con il carattere definitivo e, direi, parziale, connaturato alla proprietà della parola. Non si tratta di una miniaturizzazione al reale, ma di una vera e propria evocazione, laddove ogni cosa appare ciò che non è, come nella grande illusione filmica. Risoli appronta storie che spetta a noi girare, stabilendone la durata, le inquadrature. Il tutto immerso in una luce livida, satura di colore, esasperata dalle superfici specchianti che moltiplicano l'epifania nello spazio circostante, buio come una sala di proiezione. Nei lavori più recenti il riferimento al cinema è oltremodo evidente nell'utilizzo del bianco e nero, che si dichiara come istanza estetica, sorretta dal gusto per la citazione colta. Lacerti che allignano nel dominio del presumibile, dove l'azzeramento cromatico si perde nei fumi del ricordo.

Luisa Perlo, 25 novembre 1993
(Corriere dell'Arte)
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