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INTERVENTI CRITICI 2007 - 2015
PAOLA RISOLI

C'è un'atmosfera nelle opere di Paola Risoli che è difficile esprimere con parole: un clima di attesa, di silenzio, quasi di sconcerto di fronte a oggetti e ambienti, luci e ombre che si intrecciano fra loro, sino a comporre un quadro estremamente ricco di particolari che non passano inosservati. Anzi sono proprio questi particolari a concentrare l'attenzione dello spettatore (più che dell'osservatore, perché in realtà di "spettacolo" si tratta), nel senso che sono essi a costituire il tessuto connettivo di una "rappresentazione" che si affida alla realtà quotidiana come luogo dell'evento.
Forse più ancora delle scatole, di diversa fattura, che contengono quegli oggetti, sono le grandi fotografie lucide e splendenti a darci il senso di una sorta di "quiete dopo la tempesta". E' come se tutto fosse accaduto, e ciò che si vede non fosse altro che ciò che rimane dopo una catastrofe: la quale può essere anche solo un'assenza, un'improvvisa partenza, un abbandono per ragioni misteriose. Ciò che si vede in queste immagini sono, per così dire, i resti di una vita sospesa, ormai lontana e, a ben guardare, non priva di angoscia.
Una sedia vuota su un pavimento ingombro come su un piccolo palcoscenico, con sullo sfondo la grande fotografia di un bimbo con gli occhi sbarrati; un interno di cucina sovraccarico di oggetti d'uso comune, sporchi, come abbandonati dopo una fuga improvvisa ovvero lasciati così, ammucchiati, da una persona disordinata; lo scorcio di una camera semivuota, con un sedia, una finestra illuminata, una parete con un grande foglio di carta imbrattato e, di fianco, la vista di un gabinetto, anch'esso sporco e disordinato: il tutto delimitato, chiuso, da un filo spinato interrotto; ancora uno scorcio di stanza, o di palco sui cui vediamo una sedia, un'altalena spezzata, la grande fotografia di una ragazza, una porta semiaperta con su scritto "Child shop"; infine un interno strano, con una sedia nel mezzo, la cucina appena intravista di fianco, una grande composizione astratteggiante illuminata dal retro.
Non c'è mai vita in queste composizioni: ci sono semmai i segni di una vita vissuta, che ha lasciato dappertutto le sue tracce, ma che ora non c'è più. Non è detto che ci sia la morte, la presenza della morte, ma indubbiamente qualcosa di vitale manca, si respira un'atmosfera di chiuso, per certi versi di claustrofobico, come se la persona, o le persone che hanno abitato questi luoghi ormai silenziosi avessero lasciato il nostro mondo, forse per un mondo migliore.
Il fatto che in ognuna di queste composizioni compaia almeno una sedia vuota è il segnale evidente e incontrovertibile di un'assenza voluta: l'assenza dell'uomo o della donna che viveva in quegli ambienti. Che sono, come si è detto, ambienti comuni, usuali, quotidiani, familiari, in cui si potrebbe vivere, in cui si vive, o meglio si viveva (stando alla rappresentazione che ce ne dà Paola Risoli). Ed è questa lontananza nel tempo, questo passato che può tornare nella memoria (anche dello spettatore, non solo dell'abitante fantasma di questi luoghi ormai fanastmatici) a rendere in qualche modo attraenti le grandi fotografie colorate che questa "lontananza" riproducono. In un modo esteticamente affascinante, tanto da attrarre a lungo la nostra attenzione, ma anche conturbante, per quel tanto di mistero che aleggia su ogni cosa rappresentata: più ancora sull'insieme degli oggetti racchiusi entro il quadro definitivo della composizione pittorico-fotografica. E non è poco, anzi è molto.

Gianni Rondolino aprile 2009
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