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INTERVENTI CRITICI 2015 - 2019
Il lento cammino della conoscenza Note sui recenti lavori di Paola Risoli
di Angela Madesani

Quello in cui viviamo è un tempo in cui la possibilità di conoscenza è diffusa quanto mai lo era stata prima. In particolare attraverso la rete, abbiamo l'opportunità di consultare testi introvabili, banche dati, archivi, di conoscere argomenti che un tempo erano appannaggio di pochissimi. Certo sin qui tutto positivo, ma è doveroso sottolineare quanto in una "società dello spettacolo", come quella in cui viviamo, perfetta realizzazione della teorizzazione, di oltre cinquanta anni fa, di Guy Debord, tutto questo dia vita a una sorta di "tuttologia" diffusa e sfrenata, in cui molti credono di essere in possesso della bacchetta magica del sapere. Quello della conoscenza è un cammino complesso, in cui ogni passo fatto, ci fa comprendere quanto sia difficoltoso e inarrivabile la prosecuzione del percorso.

Fatta questa premessa, che certo non pretende di essere universale, arriviamo al progetto di mostra di Paola Risoli, con un titolo che viene da lontano, Atto originale. Il riferimento è alla Bibbia, all'Antico Testamento. Dio permette ad Adamo di cibarsi dei frutti di ogni albero, tranne di quello della conoscenza del bene e del male. Quindi, dalla costola del progenitore addormentato, forma la donna, Eva. Eva non è supina come il marito, cede alla tentazione del serpente e mangia il frutto proibito, inducendo Adamo a trasgredire il divieto, così "si aprirono loro gli occhi".

Il presupposto di Risoli, senz'altro condivisibile, è che l'inizio della storia dell'uomo, non è il peccato originale, ma l'atto originale, la volontà di consapevolezza, che provoca la cacciata dal Paradiso.

Il progetto fa parte di un'operazione più ampia, alla quale l'artista lavora da diversi anni, I choose Knowledge, che implica la scelta della conoscenza. È una scelta coraggiosa, di consapevolezza che parte, prima di tutto, da se stessi, una scelta che comporta crisi, frustrazioni, paure. Conosci te stesso, era scritto sul tempio di Apollo a Delfi, momento primigenio del cammino in tal senso. Estrarre la testa dalla sabbia, desiderare di conoscere, di comprendere, è per certi versi un atto eroico, non così immediato e prevedibile.

Nelle due sale della galleria ubicata a Napoli in via Pasquale Scura, a neppure un chilometro da San Biagio dei Librai, dove è nato e vissuto, sino ai diciassette anni, Giambattista Vico, al quale ritorneremo, sono fotografie, video, installazioni, sculture.

Lo spettatore viene accolto dal trittico fotografico Incipit I II III, in stretta relazione con il video Thanks Eva, in cui è una suora che addenta una mela. Del resto anche tra le sante vi è un approccio mentale libero e, per certi versi, rivoluzionario, si pensi soltanto a un personaggio come Hildegard von Bingen, mistica, musicista, cosmologa, ma anche a Caterina da Siena, patrona del nostro Paese, teologa e filosofa e a molte altre.

La suora, chiamata a mordere la mela è ben consapevole dell'atto che sta compiendo. Qui sono i diversi momenti: il prima, il pensiero, la decisione della scelta di conoscenza, l'atto del morso e la risoluzione di restarvi. In un certo momento la religiosa chiude gli occhi, come in un atto di meditazione. Nel video è inizialmente una giovane donna che compie lo stesso atto. È la volontà della conoscenza, dell'entrare in una dimensione ulteriore, di consapevolezza. La scelta di conoscere è un atto volontario, è un impegno, se si vuole, di natura morale, etica. Non si tratta, tuttavia, di una mera dimensione mentale e intellettuale, la conoscenza avviene attraverso tutti i sensi. Nel lavoro video sono pause, brevissimi intervalli, come in una composizione musicale.

Strettamente collegato a questo lavoro, è Incipit non datum, sulla censura, in cui una striscia nera attraversa il trittico fotografico di dimensioni più piccole. La banda nera copre la zona del morso, il momento dell'apprendimento: è l'impedimento alla conoscenza. Torna alla mente il fulcro de Il nome della rosa di Umberto Eco, in cui sulle pagine del secondo libro della Poetica di Aristotele, che tratta della commedia e del riso, è stato messo del veleno per impedirne la consultazione. Il potere costituito non vuole che la gente conosca. Così accade anche nel nostro tempo. I poteri forti, il consumismo più sfrenato non vogliono teste pensanti, bensì orde di "creduloni", che non si pongano domande e che ascoltino il parere degli influencer di turno.

Le tre scatole di ferro collocate nella prima stanza, speculari alle immagini con la suora, ci riportano ai lavori precedenti di Paola Risoli, ai suoi bidoni allestiti. Anche qui è una luce interna che va a illuminare tre scritte intagliate, una per ciascun oggetto: I choose Knowledge, Scientiam eligo, Ich wähle die Kenntnis. Voglio sapere, dal tedesco, lingua della filosofia. Nella parte visibile degli oggetti, la frase è rovesciata e non è di immediata lettura. Grazie al riflesso nell'olio nero della stessa diviene leggibile. Ogni fenomeno necessita di una mediazione.

Dunque torniamo a Giambattista Vico, nato non troppo distante dalla galleria, figlio di un modesto libraio. Il filosofo, vissuto fra il XVII e il XVIII secolo, auspicava, appunto, la conoscenza della genesi delle cose per produrle, dando, però, per scontata l'onnipotenza di Dio. Vico, autore della Scienza nuova, afferma che una scienza della storia è possibile perché il mondo della storia è fatto dagli uomini per cui se ne possono ritrovare i principi e le leggi «entro le modificazioni della nostra medesima mente umana». Il mondo civile è l'oggetto dell'indagine del Vico, in cui filosofia e storia trovano un punto di incontro tra teoria e sperimentazione.

L'artista è interessata al pensiero di Vico da tempo e il frangente della vicinanza fisica della galleria con il suo luogo natale l'ha spinta a trovare un collegamento con il suo pensiero. Così è nata l'installazione realizzata nella prima stanza, che consiste nella scrittura, senza soluzione di continuità, sulla parete della galleria di una serie di pensieri, di brevi testi sulla conoscenza del bene e del male [2], ancora una volta il riferimento è al pensiero biblico. Ci troviamo qui di fronte a un'unica linea scritta, come un flusso della coscienza, in cui i pensieri di tutti sono uniti in una sorta di comune partecipazione e solidarietà. La prospettiva, la luce partono da un concetto vichiano: «Paiono traversie eppure sono opportunità». Le situazioni tragiche possono offrirci importanti possibilità di risoluzione. Non vi è un'unica possibilità di lettura dei fenomeni ed è proprio la conoscenza a offrirci vie di uscita, soluzioni. Afferma l'artista [3]: «Vico dice che c'è un piano insondabile all'umano. L'uomo ha dei limiti, non può conoscere tutto. Possiamo sapere quello che abbiamo fatto nella nostra vita, possiamo parlare della conoscenza del bene e del male, rispetto a quello che è stato il nostro percorso di vita».

È in questo lavoro di Risoli, un rimando anche a un episodio della vita di Mario Merz, che quando era in prigione, durante gli anni di guerra disegnava e scriveva sul muro senza mai staccare la matita.

La conoscenza come cammino è l'oggetto di Contact, il secondo lavoro video presente in mostra. Il video raccoglie i rumori, le luci trovate. Il suono è quello entrato durante le riprese, non vi sono aggiunte di sorta.

Risoli ha ripreso, con una macchina, posta su un carrello, i piedi nudi di alcune persone chiamate a camminare di notte dalla casa del Vico alla galleria: 850 metri diritti da San Biagio dei Librai a Spaccanapoli. «La filosofia, la ricerca di conoscenza del filosofo napoletano erano profondamente intrisi anche di questo suo aver vissuto nell'umanità densa della città. I piedi nudi sono contatto, istinto, conoscenza attraverso il corpo, immersione nella realtà, a costo di potersi anche ferire».

La notte con le sue luci, la nudità, il cammino: la dimensione è metaforica. L'esperienza, la conoscenza, l'essere a piedi nudi è un'esposizione al rischio, al pericolo, a quello della vita, dell'esistere, a quello di partecipare e di conoscere. È la voglia di esserci e di sapere in cui,

1. È una citazione da Lucio Anneo Seneca (Corduba, 4 a.C. - Roma, 65 d.C.).
2. L'artista ha chiesto ad alcune persone di scrivere dei pensieri in tal senso.
3. P.Risoli in conversazione con chi scrive, aprile 2019.
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