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"Per Millibar"

Forse anche per aver riscoperto da poco il valore della parola, oggi, ultima domenica di novembre, avverto il desiderio, e quasi il bisogno, di scrivere alcune righe, per l'inaugurazione di "Millibar", ormai vicina. Ciò non tanto per presentare le "casette" nella loro forma conclusa - per questo ci sono già le stesse e il testo di Silvia Chessa - quanto per tentare di esprimere quello che oggi cerco in un mio lavoro, i pensieri, le sensazioni, le emozioni che mi avvolgono e mi attraversano quando ne immagino uno nuovo, quando lo vedo crescere sotto i miei occhi e quando poi lo osservo appena terminato.



Incontro purtroppo non poche difficoltà nel servirmi della parola scritta, così fissa, definita e spesso definitiva. Le parole dette, pronunciate a cascata, sovrapposte e ripetute, mi sono più congeniali nel tentativo di comunicare qualcosa dai margini confusi e in continuo fermento. Solo la pagina stampata però mi permette di rimanere ancora un po' con chi ha visitato "Millibar", di accompagnarlo per un breve tratto sulla strada verso casa, e continuare così un racconto differente per ciascuno. Una mostra è in fondo un momento prezioso per trasmettere qualcosa di proprio a numerose persone, anche tanto diverse, un lusso di pochi, purtroppo, per soddisfare un'esigenza di molti, se non di tutti.

Ho posto l'accento sull'oggi perché è solo in questi ultimi mesi che sento raggiunta una coscienza più completa e complessa di cosa stia dietro questi interni in miniatura, e ancor prima del perché desideri catturare l'essenza di certi frammenti di vita, ricreando gli ambienti che li racchiudono. E insieme al grado di coscienza è cresciuto il bisogno - mi verrebbe quasi da dire "fisiologico"- di dar forma con la costruzione tridimensionale al rapporto intimo con la realtà che mi circonda. Ricostruendo un "pub" fumoso al momento della chiusura, una camera con il letto disfatto ancora caldo e i vestiti appoggiati disordinatamente su una sedia, intendo portar fuori tutte quelle sensazioni intense, quelle emozioni calde che mi hanno invasa e avvolta di fronte alla vista di simili interni, cerco prima di tutto di dare vita a segni che raccontino con quanta forza abbia sentito, vissuto certi luoghi per poi trasmettere ad altri tutto quello che tali angoli (spicchi) di realtà mi hanno dato.

Poco conta che questa realtà l'abbia osservata viaggiando in carne ed ossa attraverso città mitteleuropee, oppure su uno schermo cinematografico, o ancora, che l'abbia visualizzata a partire da una descrizione letteraria, giacché, in ogni caso, il rapporto con queste è mediato dallo sguardo, sia esso puramente interiore o fisico e interiore assieme. Raramente sono entrata nei pubs dell'Aia, di Berlino, Norimberga, nelle brasseries di Montmartre, da cui ho raccolto tante suggestioni.. Il più delle volte quest'ultime sono nate - e forse non poteva che accadere così - da uno sguardo fuggevole, quasi furtivo, lanciato dalla strada nei loro angoli semibui. Per questo dentro di me il loro ricordo confuso non differisce molto da quello sfocato del Blue Note di Round Midnight (B. Tavernier) o degli interni di Irma la dolce (B. Wilder) o ancora del povero albergo di E non disse nemmeno una parola (H.Boll). E' sempre l'occhio a fare da tramite; un occhio che, quando non è incorporeo, ma è l'occhio miope bloccato dietro i finestrini di un tram, aspira a diventarlo, a perdere ogni fisicità per vagare libero e annullarsi in una sorta di "empatia visiva" totalizzante.

Oggi il mio sguardo va più che mai a Torino, città verso la quale mi sento ancora in parte straniera e al tempo stesso profondamente partecipe, appena "venuta da fuori" e già segretamente dentro. Di sera osservo le sue case con le luci che si accendono ogni giorno prima con l'avvicinarsi dell'inverno, guardo le finestre illuminate del centro e di Mirafiori nord, immerse in questo autunno freddo, grigio, depresso. Sento dentro di me queste luci, vorrei come abbracciare queste case, entrare nel calore delle loro cucine abitate all'ora di cena e dei telegiornali. Si mescolano allora profondamente un sentimento di esclusione da queste nicchie di calore di cui in fondo sono un'osservatrice esterna nel freddo della strada, un forte desiderio di entrare e la coscienza che questo calore, quasi edenico, in molti casi è creato dal mio sguardo, la chiara consapevolezza che un certo calore, una certa serenità esistono solo nella percezione di chi se ne sente esiliato. Dietro quelle finestre ci sono anche angoscia, solitudine, freddo. Oggi più che mai. E allora cresce ancor di più la voglia di abbracciare questa città, di dirle che, segretamente, la penso.

Forse se un anno fa avessi avuto a disposizione una cinepresa, pellicola, studi, tutto quanto è necessario per filmare, dietro tante finestre, il mio attaccamento verso tali frammenti urbani, non avrei iniziato a costruire "casette". Ma il cinema era lontano, ci volevano anni di studio, soldi, conoscenze tecniche, lavoro di gruppo, fiducia degli altri. e allora ho scelto la soluzione autarchica. Non c'è voluto nulla per prendere cartone, fil di ferro, nastro adesivo, lampadine. Quello che ho conservato del cinema è il desiderio di raccontare storie, di creare personaggi. Una stanza può dire moltissimo di chi la abita. In questo mi sento più vicina al romanzo e al film che non alla scultura e alla pittura.
Ad ogni modo tra poco esco di casa. Sono le sette di sera, vado a guardare le finestre delle case operaie di corso Racconigi. Domani porterò i lavori finiti allo studio e così avrò lo spazio per iniziare un nuov "Millibar".

Dalla presentazione della personale "Millibar" - (novembre 1993)
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