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scritti autografi
"Tracce d'incanto"

"La calamita sferragliava veloce sul pavimento e poi correva su, lungo il muro. Un esercito di rettangolini in ordine su una mensola cominciava allora a vibrare e ad uno ad uno finiva risucchiato sulle sue punte nere, come scaglie di croccante. Di colpo, da destra, spuntava Paperino, tirato per il sedere da un filo invisibile e in un lampo finiva anche lui appiccicato contro quel ferro di cavallo, con le piume bianche stropicciate e delle stelline gialle tutte intorno. Prima era caduto in una vasca da bagno al centro di una stanza sopra un grande tappeto rosso e giallo facendo tanti spruzzi azzurri che, però, non avevano fatto la pozzanghera.
Il ronzio del proiettore lambiva i muri e un torpore di pomeriggio ci avvolgeva silenzioso. Oltre la tela sottile della camicia a quadretti il calore del braccio vicino; spalla contro spalla, le gambe strette, appiccicate sulle doghe in plastica delle panchine, nel loro incavo l'abbandono delle mani; ogni tanto, timido, un movimento della schiena. Il buio era pieno della luce calda dei colori. Fluidi e intensi ci entravano dentro.
Poi veniva l'albero di Natale, caramelloso, pieno di candele rosse accese e del luccicare delle palline con i fili della stagnola; e subito dopo ecco Pluto, anche lui lucido, arancione con i bordi neri. Si muoveva sinuoso finchè inciampava nei pacchi di carta colorata con i grossi fiocchi dorati e gli spigoli lucenti, e finiva a terra, tutto piatto.
E poi ogni tanto la grande zucca con la faccia rotonda disegnata che, quando gli si metteva dentro una candela, diventava tutta arancione aprendo il suo ghigno largo e seghettato con il naso a triangolo. Allora qualcuno, magari Topolino, usciva di casa e l'appendeva lì, vicino al bordo di legno della porta.
Mary Poppins arrivava ogni volta di profilo, scendendo in diagonale con il grande ombrello nero spazzato dal vento, poi lo chiudeva e bussava al portone di casa. Dentro, dalla borsa nera, continuavano ad uscire tantissime cose, anche un lampadario lungo lungo e poi tutto andava a posto. I cassetti si aprivano e si richiudevano e i pomelli dorati rimanevano lì, tutti in ordine.
Alla fine tornava la luce. Prima quella gialla delle lampadine poi, mescolata al rumore delle tapparelle, quella bianca del sole che ci faceva stropicciare gli occhi; e lì, al centro della stanza, su un trespolo scuro, quella macchinetta ronzante, che ci era stata vicino e che prima non osavamo quasi guardare. Le cose ci entravano dentro, dense e lucide. Ci scivolavano giù, dagli occhi in tutto il corpo, mescolandosi calde. L'aria era satura dei loro colori che ci lambivano il viso con luci di seta. Lande di universi misteriosi lassù sulle cime nascoste dei mobili; mondi infiniti in cui andare a spasso nell'accarezzare vecchi e nuovi giocattoli....".

Parlare con qualcuno di un mio lavoro mi piace molto. Davanti agli occhi dell'osservatore, acquista vita autonoma e diventa nello stesso tempo un po' più mio; raccogliendo impressioni, soddisfacendo curiosità varie, scopro elementi sottesi alla sua ideazione e realizzazione di cui non avevo piena coscienza; è uno scambio diretto di riflessioni dal quale esco spesso arricchita.
Scrivere su un mio lavoro, in particolatre su quest'ultimo "Millibar" - per cui trovo adatto il titolo della stessa mostra "Accumulazione" -, mi pone invece delle difficoltà. In primo luogo per il carattere definitorio e in qualche modo definitivo delle parole stampate nero su bianco; e poi, ragione più profonda, per il carattere inevitabilmente intellettuale di una simile operazione, per il filtro che rischia di porre tra l'opera e chi la guarda.

Mi piacerebbe che "Accumulazione", almeno ad un primo impatto, fosse fruita su un piano squisitamente emotivo, per non dire sensoriale, lasciandosi andare all'incanto delle superfici bagnate di luce e colore, alle suggestioni della materia accartocciata, al calore della densa congerie di elementi accumulati, alla proliferazione del "tutto pieno". Un po' come una architettura barocca, con il suo "horror vacui", si propone innanzitutto di colpire i sensi attraverso la meraviglia. Di fronte a questo cassettone ricoperto di giocattoli, a questo comodino magico coronato da una luce rosata, suggerirei di lasciarsi tornare bambini immersi nell'incanto delle cose; non perché un simile percorso emotivo sia più valido di altri in sè (ad ognuno la libertà di trarre dall'opera le proprie suggestioni), ma semplicemente in quanto ripercorre in parte il cammino da me compiuto nella loro creazione. Sono discesa in angoli della memoria dove giacciono annidate immagini di anni lontani in cui la superficie di plastica di un giocattolo era una barriera sottile che si attraversava per sprofondarsi dentro nel suo mondo vastissimo; anni in cui le luci dell'albero di Natale erano un varco attraverso cui calarsi in un universo magico; anni in cui dalla pagina colorata di una illustrazione partivo per la mia favola; anni in cui accarezzavo con occhi e mani i legnetti lucidi delle matite inebriandomi al loro profumo di grafite. O, forse, allora le cose erano semplici e mute come oggi, meri oggetti fatti di un dato materiale, finiti alla loro superficie, e solo nel ricordo sono intrise di calda meraviglia. La giostra con i cavallini, tutti diversi, il trenino con i vagoni irregolari, la macchina come ammaccata vogliono essere l'oggetto come é nella realtà fisica esterna, con in più ìl carico di suggestioni, lo sciame di sensazioni che esse possedeva allora o nel ricordo attuale di quell'allora. Le forme in qualche modo organiche in quanto non perfette, dotate ognuna di una sua personalità, agli antipodi dell'oggetto seriale riprodotto in migliaia di copie, le forme che parlano della mano che ha dato loro vita, vogliono essere portatrici di questo carico emotivo.
Infine devo aggiungere che, accanto a questa componente memoriale interviene fortemente nel mio lavoro il piacere di giocare con la materia, intessendo un dialogo continuo tra le suggestioni fornite da quest'ultima e il rappresentato.

Testo scritto in occasione dell'inaugurazione della collettiva "Accumulazione"
Galleria Marco Noire (novembre 1994)
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